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La confettura e il vino vanno d’accordo?
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Molti vedono nella viticoltura e nell’elaborazione del mosto soltanto un amabile passatempo, fatto più per soddisfare l’uomo e occuparne le ore libere che per metterne alla prova la vigilanza e la sagacità. Del bello e faticoso mestiere del vignaiolo, conoscono soltanto il banale stereotipo degli allegri gruppi di vendemmiatori che cantano sotto il sole. Dell’arte sottile della vinifìcazione trattengono unicamente l’immagine del cantiniere nell’atto di offrire il bicchiere dell’amicizia, nell’atmosfera ospitale di una cantina secolare.

Il mestiere è indubbiamente fatto anche di questo, ma è anche qualcosa di più: una lotta di ogni ora in cui l’abilità contende con l’amore, il coraggio con la rassegnazione.

Il fatto è che la vite è un’eterna ribelle.Viticoltura

Non ha mai perdonato all’uomo d’averla strappata alle foreste avite per costringerla a vivere in schiavitù, allineata in ranghi serrati come per una sfìlata. Mal rassegnata alla sua nuova condizione, la vite si vendica in mille modi: ora esuberante all’eccesso, ora languente, sempre fantastica, si ribella al servaggio facendosi pregare per compiere la missione cui l’ha assegnata il suo padrone.

Il vino ha un comportamento altrettanto sconcertante: in ciò, è degno figlio della vite, di cui ha ereditato il temperamento capriccioso e indocile.

Si direbbe che il vino si diverta a sconcertare, a confondere chi gli si consacra, e se l’uomo è pronto a perdonargli l’insubordinazione,
forse è perché in esso scopre il riflesso delle proprie debolezze, del proprio umore mutevole, dei propri slanci, della propria generosità,
persino della propria aspirazione al sublime.