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Vini del Piemonte

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Normalmente i vini italiani ricevono il nome dalla località di produzione o dal vitigno; rare volte ne hanno uno di fantasia. Il più celebre vino italiano d’arrosto, il Barolo, si intitola a un piccolo comune del Piemonte occidentale situato in provincia di Cuneo. È fatto con l’uva nebbiolo raccolta nei vigneti di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, La Morra, Verduno e in parte dei territori di Manforte d’Alba, Novello, Grinzane Cavour, Alba.

nebbiolo uva piemonteseAppartiene alla specie dei vini tardivi e difatti raggiunge la maturità dopo almeno quattro anni d’invecchiamento in botti di rovere; allora acquista un colore rubino marezzato d’arancio, un tenore alcoolico medio di tredici gradi, un sapore asciutto, morbido e vellutato, un profumo di violetta con sottofondo di rosa.

Il vino Barolo è Ricco di ferro e di fosforo, produce effetti gerontologici e onirici; longevo, consegue una straordinaria finezza con il passare degli anni e per tale ragione in qualche famiglia di produttori si usa ancora, alla nascita del primogenito, conservarne delle bottiglie da sturare poi quand’egli si sposerà o in altre occasioni importanti della sua vita.

Sul vino Barolo se ne raccontano tante e tra l’altro si dice che sia piaciuto a Giulio Cesare, a Pio VII, a Enrico II di Francia; indubbiamente i predetti personaggi avranno bevuto del rosso dei vigneti di La Morra, non Barolo perché questo vino nacque ai primi dell’Ottocento ad opera del marchese Carlo Tancredi Falletti.

Fino al 1840 non molti a Torino, allora capitale del regno di tancredi barolo Marchese Falletti piemonte vino

Sardegna, avevano avuto modo di gustarlo; lo stesso Carlo Alberto ne aveva sentito soltanto parlare e un giorno,

 

incontrando a corte Giulia Vittorina Colbert vedova del Falletti, l’apostrofò in tono scherzoso:

« Marchesa, sento celebrare il vino delle vostre tenute; quand’è che me lo farete assaggiare?».

E la Colbert di rimando:

« Vostra maestà sarà presto accontentata».

Le battute sono un po’ fumettistiche, ma si vede che a quei tempi le personalità di rango interloquivano come fanno i protagonisti dei moderni fumetti. Il re, qualche settimana dopo, si vide arrivare un cospicuo assaggio e fu tanto conquistato dalla grazia del vino da comperare il castello di Verduno con le annesse vigne. Successivamente Vittorio Emanuele II acquistava altri vigneti e cosi il Barolo diveniva il re dei vini e il vino dei re.

Mercurino-Tiziano-cardinale Mercurino Arborio di gattinaraDove il Marchese Falletti sia andato a prendere i vitigni per i suoi impianti non si sa; possiamo supporre che li abbia cercati in Borgogna oppure a Gattinara nel Piemonte occidentale. Di Gattinara è noto sin dal diciassettesimo secolo l’omonimo vino rosso prodotto da maglioli borgognoni. Li aveva inviati il gattinarese cardinale Mercurino Arborio all’epoca in cui, quale cancelliere di Margherita d’Austria, era presidente del Parlamento della Borgogna.

Il vitigno del Gattinara ebbe il nome di spanna ( corruzione dialettale di Spagna) in seguito a una curiosa coincidenza: esso cominciò a diffondersi quando il cardinale Arborio assurse all’alta carica di gran cancelliere dell’imperatore Carlo V e i contadini credettero che avesse mandato i vitigni dalla Spagna. Gattinara e Barolo in effetti sono due vini gemelli pur con caratteri distinti dovuti alle differenze ambientali.

L’uva nebbiolo coltivata a Barbaresco, Neive e Treiso dà il Barbaresco; a Santo Stefano Roero, Vezza d’Alba, Corneliano d’Alba e Guarene, il Nebbiolo nei tipi asciutto e dolce; a Carema, il Carema.

Il Barbaresco è fratello minore del Barolo.

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Asciutto con leggera vena amabile, tra i dodici e i tredici gradi, denunzia uno stoffa più delicata; viene a maturazione dopo i tre anni e sa di violetta. Il Nebbiolo si rivela piuttosto tardivo e i viticoltori preferiscono approntarlo nell’edizione dolce. Il Carema, di un rosso volgente al granato e di un profumo di rosa sbocciata, ha bisogno di una stagionatura di quattro anni, due in botte di rovere o di castagno, due in damigiana.

Tutti i vini rossi sopra elencati, ad eccezione del Nebbiolo dolce, rientrano nella categoria dei vini d’arrosto, come vi rientrano quelli a base di uva spanna: il Gattinara, il Ghemme, il Sizzano, il Boca, il Lessona di Lessona, Vigliano Biellese e Valdengo, il Fara, il Caramino di Briona, il Mottalciata. Anche in questo secondo gruppo tra vino e vino esistono differenze di sapore e profumo dovute all’uvaggio.

Con la parola uvaggio si indica la mescolanza, realizzata secondo determinate percentuali, di uve diverse che vengono ammostate contemporaneamente. Tale pratica enologica, naturale e antichissima, differisce dal cosiddetto taglio, una pura e semplice commistione di mosti o vini.

Dalla mescolanza delle uve nascono profumi composti come quello di mammola e fragola nel Fara, di viola, fragola e rosa nel Ghemme, di melagranata nel Boca. Il rosso più rappresentativo e importante del gruppo è il Gattinara, non soltanto per la primogenitura, ma anche per i pregi intrinseci: onirico, gerontologico, ha una stoffa principesca, un ” bouquet ” di violetta e lampone, un tenore alcoolico sui dodici gradi, un gusto asciutto e vellutato con vena di mandorla amara quando viene da spanna pura, lievemente salato se alla spanna si aggiunge un dieci per cento di uva bonarda. Arriva alla maturità dopo un invecchiamento di quattro anni mantenendosi vegeto e prestante fìno alla più tarda età.

piemonte il barbera e il barolo il vino dei re per i re

Il vino Sizzano piaceva tanto a Cavour che lo faceva servire anche nei pranzi diplomatici, il Ghemme era molto caro ad Antonio Fogazzaro il quale lo ricorda nel romanzo ” Piccolo mondo antico “.

Dopo tanti vini con quarti di nobiltà, eccone finalmente uno di estrazione popolana, il Barbera. La differenza tra un Barolo e un Barbera si nota subito nel mescerli: il primo raggiunge il calice senza chiasso, in modo composto, al massimo esprime qualche piccola bolla, il cosiddetto ” perlage “ dei vini aristocratici; il secondo manifesta una rumorosa e gagliarda irruenza, borbotta, spuma, e se versato in maniera maldestra trabocca dal bicchiere.

Il vitigno prospera ovunque in Piemonte sapendosi adattare a qualsiasi terreno, ma solo in determinate zone delle province di Asti, Alessandria e Cuneo riesce a dare un prodotto di classe.

Questo vino rosso si muove tra i dodici e i quattordici gradi, rivela un profumo misto di marasca e lampone, una stoffa vigorosa, un sapore asciutto talvolta con vena ammandorlata, un colore rubino gioiosamente brillante, una schiuma violacea tanto rapida a formarsi quanto sollecita a disciogliersi.

Un anno di botte ed è pronto; conosce però l’arte d’invecchiare il vino e con la stagionatura si trasforma in bevanda degna di accompagnare l’arrosto. A seconda della zona di produzione, il Barbera vecchio appalesa alcuni aspetti del suo carattere: nell’Astigiano e nell’Alessandrino resta quello che è, con una veste più pronunziata di lampone; nel Cuneese tende ad accostarsi al gusto del Barolo, insomma baroleggia, giusto il linguaggio dei tecnici.

La collana dei rossi piemontesi comprende inoltre il Dolcetto, che non è dolce come il suo nome lascia supporre, il Frèisa asciutto o amabile, frizzante, con vago sentore di viola e infine il nobile Grignolino dalla stoffa sottile e dall’odore di rosa; purtroppo non è longevo. Quest’ultimo godeva la simpatia della regina Elena.

Il Dolcetto, fermentato sulle vinacce del Barolo, prende il nome di Barolino; fermentato sulle vinacce del Barbera si dice Barberato; comunque fatto, rimane sempre da pasto.

Il miglior Frèisa proviene da Chieri; la zona del Grignolino abbraccia pochi paesi dell’Astigiano oltre a piccole contrade dell’Albese e del Casalese.

I bianchi di tipo sapido, autoctoni della regione, sono due: il Cortese dell’Alessandrino e-l’Erbaluce dell’ex-circondario di Ivrea e delle zone vercellesi ad esso confinanti. Ambedue secchi con vena amara, freschi e moderatamente alcoolici si prestano ad accompagnare il pesce.

Il Piemonte allinea quattro ottimi vini da seconde mense: il Nebbiolo dolce, il Brachetto, il Passito di Caluso, il Moscato d’Asti.

castelli piemontesi e vigne e vini Il Nebbiolo dolce giunge alla beva molto prima dell’asciutto; spumante rosso naturale, possiede una bella gradazione alcoolica, odora di violetta e con gli anni si decolora dal rubino chiaro all’ambrato scuro.

Altro spumante rosso è il Brachetto, tenore alcoolico di tredici gradi, profumo di rosa; tipico delle province di Asti, Alessandria e Cuneo, trova ad Acqui Terme il suo migliore centro di produzione. Il Passito di Caluso discende da uva erbaluce lasciata ad appassire sopra graticci per tutto l’inverno in appositi locali; risulta assai costoso dato che per ricavarne cento litri occorrono ben cinquecento chili di uva, senza contare l’invecchiamento di cinque anni. Ambrato scuro, alcoolico, delicatamente dolce, pieno, vellutato, aromatico, armonico, va annoverato tra i liquorosi di lusso.

La zona tipica del Moscato d’Asti, dolce e poco alcoolico, abbraccia l’ Alessandrino, l’Astigiano e il Cuneese; quello di Canelli, di Santo Stefano Belbo e di Strevi raggiunge un maggior grado di bontà. Da questo Moscato si ottengono l’Asti spumante e il rinomato vermut di Torino.

Lista dei vini Piemontesi

  • Barbaresco
  • Barolo Moscato naturale d’Asti
  • Moscato d’Asti spumante o Moscato d’Asti
  • Asti spumante o Asti
  • Carema
  • Gattinara
  • Erbaluce di Caluso
  • Caluso passito
  • Caluso passito liquoroso
  • Malvasia di Casorzo d’Asti
  • Sizzano
  • Boca
  • Fara
  • Brachetto d’Acqui
  • Ghemme
  • Rubino di Cantavenna
  • Barbera del Monferato
  • Barbera d’Asti
  • Barbera d’Alba
  • Nebbiolo d’Alba
  • Dolcetto d’Acqui
  • Dolcetto d’Ovada
  • Freisa d’Asti
  • Grignolino d’Asti
  • Freisa di Chieri
  • Cortese di Gavi o Gavi
  • Malvasia di Castelnuovo Don Bosco
  • Colli Tortonesi, con le specificazioni aggiuntive:
    Cortese.
    Dolcetto di Diano d’Alba.
    Dolcetto d’Alba.
    Dolcetto di Dogliani.
    Dolcetto delle Langhe Monregalesi.
    Dolcetto d’Asti.
    Grignolino del Monferrato Casalese.

e infine il notissimo Barbera

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