5 Magnifici Segreti sugli Abbinamenti del Cardinale Sforza

Un Viaggio Storico tra Vino e Culinaria: Gli Abbinamenti del Cardinale

La domanda "Il Cardinale Sforza che abbinamenti del vino faceva?" ci trasporta in un’epoca affascinante, dove il buon bere e il buon mangiare erano espressione di cultura e raffinatezza. Il Cardinale Guido Ascanio Sforza, figura di spicco del XVI secolo, non era solo un uomo di chiesa, ma un vero e proprio intenditore e promotore del vino. La sua passione per l’enologia è splendidamente documentata, in particolare attraverso la celebre lettera che Sante Lancerio gli indirizzò nel 1559. Questa missiva rappresenta un prezioso spaccato storico, offrendo dettagli illuminanti sulla natura e la qualità dei vini dell’epoca e sulla loro idoneità ad accompagnare le diverse vivande. Lancerio, nel suo "elogio" dei vini, ci svela non solo le preferenze del Cardinale, ma anche una vera e propria arte dell’abbinamento, basata sull’esperienza e su una profonda conoscenza dei prodotti del territorio.

La figura del Cardinale Sforza è emblematica di un’Italia dove il vino non era solo una bevanda, ma un elemento centrale della cultura, della convivialità e persino della medicina. La sua reputazione di esperto enologo, capace di discernere le sfumature più sottili di ogni bottiglia, lo rende un personaggio chiave per comprendere l’evoluzione degli abbinamenti cibo-vino. Non si trattava di semplici accostamenti, ma di un vero e proprio servizio alla tradizione, un connubio tra vini e arte culinaria che il Cardinale non solo apprezzava, ma promuoveva attivamente.

La Storia Affascinante del Gusto Cardinalizio

Per comprendere appieno gli abbinamenti prediletti dal Cardinale Sforza, è fondamentale immergersi nel contesto storico e culturale del XVI secolo. L’Italia, in quel periodo, era un crocevia di sapori e tradizioni culinarie, e il vino giocava un ruolo di primo piano. La lettera di Sante Lancerio al Cardinale Guido Ascanio Sforza, datata 1559, è un documento di inestimabile valore. In essa, Lancerio descrive minuziosamente le caratteristiche di numerosi vini, indicandone le proprietà e, soprattutto, gli abbinamenti più consoni. Questa corrispondenza non è un semplice elenco, ma una vera e propria guida all’abbinamento, basata su osservazioni acute e su una profonda conoscenza dei prodotti.

Il Cardinale Sforza era noto per essere un grande appassionato di vino, tanto che veniva spesso descritto come un vero e proprio esperto di enologia. Era solito collezionare e degustare vini pregiati, e aveva anche la reputazione di essere un grande intenditore di vini, in grado di riconoscere i dettagli più sottili delle diverse bottiglie. Questa sua passione non si limitava al mero consumo, ma si estendeva alla promozione e al miglioramento della produzione vinicola. Un esempio lampante è il suo impegno nella regione della Lombardia, dove fece costruire numerose cantine e promosse l’uso di nuove tecniche di coltivazione e vinificazione per migliorare la qualità del vino locale. Il suo interesse per il vino era così profondo da renderlo un punto di riferimento per l’epoca, un vero e proprio "influencer" ante litteram nel mondo enologico.

Il Greco di Somma: Un Esempio di Abbinamento Storico

Tra i vini menzionati da Lancerio, spicca il "Greco di Somma", un antico vino campano che offre uno sguardo privilegiato sulle preferenze del Cardinale. Lancerio lo descrive come un vino "fumoso e possente", proveniente dalla montagna di Somma, a dodici miglia da Napoli. Questi vini, sebbene potessero "offendere troppo il celabro" (cioè la testa) se consumati in eccesso, erano apprezzati per la loro struttura e intensità. Tuttavia, Lancerio sottolinea che la vera perfezione si raggiungeva con un Greco di Somma "non fumoso", dal "colore dorato, stomachevole et odorifero". Questo tipo di vino, che "ama assai la chiara" (riferendosi probabilmente a piatti leggeri o a una particolare preparazione), era quello che il Cardinale Sforza "usava di continuo beverne ad ogni pasto, per una o due volte, quando era nella sua perfezione".

L’attenzione del Cardinale non si limitava al consumo attuale, ma si estendeva alla conservazione e alla stagionatura. Lancerio specifica che il Cardinale "ne voleva nelli suoi viaggi" e prediligeva vini di "6 o 8 anni, che era più perfetto". Questo dettaglio rivela una conoscenza approfondita dell’evoluzione del vino e della sua capacità di migliorare con l’invecchiamento. La menzione di usi quasi terapeutici del vino, come "bagnarsi gli occhi ogni mattina et anco per bagnarsi le parti virili", ci riporta a una concezione del vino che andava oltre il semplice piacere gastronomico, attribuendogli proprietà curative e rigeneranti, un aspetto comune nella medicina dell’epoca.

Il Territorio e il Terroir: Le Radici degli Abbinamenti Cardinalizi

Gli abbinamenti del Cardinale Sforza erano profondamente radicati nel territorio e nel concetto di terroir, sebbene il termine non fosse ancora formalizzato come lo è oggi. La provenienza dei vini era un fattore cruciale, e Lancerio ne era ben consapevole, descrivendo meticolosamente l’origine geografica di ogni etichetta. Il "Greco di Somma" ne è un esempio lampante, con la sua chiara identificazione con la montagna di Somma, vicino a Napoli. Questo sottolinea come la conoscenza del luogo di produzione fosse intrinsecamente legata alla comprensione delle caratteristiche del vino e, di conseguenza, ai suoi migliori abbinamenti.

Il Cardinale, da buon promotore della viticoltura, comprendeva l’importanza del legame tra il suolo, il clima e il prodotto finale. La sua attività di costruzione di cantine e di promozione di nuove tecniche di coltivazione in Lombardia dimostra una visione lungimirante, volta a valorizzare il potenziale enologico del suo territorio. Questo approccio olistico, che considerava il vino come espressione di un luogo specifico, è alla base di ogni abbinamento riuscito. Non si trattava solo di accostare sapori, ma di creare armonie che rispettassero l’identità del vino e del cibo, esaltandone le peculiarità.

La Ricchezza dei Vini Italiani nel Rinascimento

L’Italia del Rinascimento era un mosaico di tradizioni vinicole, e il Cardinale Sforza aveva accesso a una vasta gamma di vini, provenienti da diverse regioni. Sebbene la lettera di Lancerio si concentri su alcuni esempi specifici, è lecito supporre che le sue esperienze di degustazione fossero ben più ampie. La ricchezza e la varietà dei vini italiani dell’epoca permettevano una grande libertà negli abbinamenti, spaziando dai bianchi leggeri ai rossi più strutturati. Questa diversità era un punto di forza, offrendo al Cardinale e ai suoi contemporanei la possibilità di esplorare un’ampia gamma di accostamenti, adattandoli alle diverse vivande e occasioni.

La cultura del vino, in quel periodo, era strettamente intrecciata con la gastronomia. I banchetti nobiliari e cardinalizi erano occasioni per sfoggiare non solo la ricchezza delle portate, ma anche la qualità e la varietà dei vini serviti. Gli abbinamenti non erano casuali, ma frutto di una conoscenza tramandata e affinata, spesso con l’ausilio di esperti come Sante Lancerio. Questa sinergia tra cibo e vino era un pilastro della cultura rinascimentale, e il Cardinale Sforza ne era un degno rappresentante, contribuendo a elevare l’arte dell’abbinamento a un livello di eccellenza.

I Vitigni e la Vinificazione: Le Basi degli Abbinamenti

La comprensione dei vitigni e delle tecniche di vinificazione era, per il Cardinale Sforza e per gli esperti del suo tempo, la chiave per realizzare abbinamenti di successo. Sebbene la terminologia moderna non fosse ancora in uso, la conoscenza delle uve e dei processi di trasformazione era profonda. Lancerio, nel descrivere il "Greco di Somma", accenna a caratteristiche come la "fumosità" e la "possanza", che sono diretti risultati del vitigno e del metodo di vinificazione adottato. Questi dettagli erano fondamentali per determinare se un vino fosse adatto a "tutto pasto" o se avesse bisogno di abbinamenti più specifici.

L’interesse del Cardinale per il miglioramento della produzione di vino nella sua regione, la Lombardia, evidenzia la sua attenzione per i vitigni autoctoni e per le tecniche che ne esaltavano le qualità. La promozione di "nuove tecniche di coltivazione e vinificazione" mirava a ottenere vini di maggiore qualità, capaci di esprimere al meglio il potenziale del territorio. Questo approccio scientifico, seppur embrionale, alla viticoltura e all’enologia, era essenziale per affinare l’arte dell’abbinamento. Un vino ben fatto, con caratteristiche organolettiche definite, offriva maggiori possibilità di creare armonie con le diverse preparazioni culinarie.

La Maturazione e l’Invecchiamento: Fattori Chiave

Un aspetto cruciale per gli abbinamenti del Cardinale Sforza era la maturazione e l’invecchiamento del vino. La preferenza per il "Greco di Somma" di "6 o 8 anni, che era più perfetto", dimostra una chiara consapevolezza di come il tempo potesse trasformare e migliorare le qualità di un vino. L’invecchiamento conferiva ai vini maggiore complessità, morbidezza e profondità aromatica, rendendoli adatti ad abbinamenti più elaborati e strutturati. Questa attenzione alla maturità del vino era un segno distintivo di un vero intenditore, capace di apprezzare l’evoluzione del prodotto nel tempo.

La capacità di un vino di "non patire il travaglio" durante i viaggi, come menzionato per il Greco di Somma, era un’altra caratteristica apprezzata dal Cardinale. Questo indica una ricerca di vini robusti e stabili, capaci di mantenere le loro qualità anche in condizioni meno ideali. Vini con queste caratteristiche erano probabilmente più versatili negli abbinamenti, potendo accompagnare una varietà di piatti senza perdere la loro integrità. L’attenzione alla longevità e alla stabilità dei vini era quindi un fattore determinante nelle scelte di abbinamento del Cardinale Sforza, riflettendo una profonda conoscenza delle dinamiche del vino.

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