Sangiovese vitigno
Approfondimenti sul Sangiovese: territorio, profilo e abbinamenti
Da segnalare anche lo Zinfandel (un vitigno di origine Americana), da cui si producono vini rossi e rosée. solare diurna e il clima secco favoriscono la crescita di un vitigno eccellente. 18 Il Riesling è in realtà una varietà d’uva bianca originaria della regione renana, da cui prende il nome il tipo di vino (come in Italia il nome “Prosecco”, che designa un vitigno veneto, viene usato per indicare genericamente il vino ottenuto da questo tipo d’uva). Questi vini hanno in comune il vitigno di origine: sono infatti ottenuti dal Sangiovese. Capita a volte che l’uva Sangiovese venga miscelata con altri vitigni di origine francese, soprattutto il Cabernet Sauvignon e il Merlot, perché spesso, i rossi ottenuti dal Sangiovese, se le condizioni climatiche non sono favorevoli, tendono ad essere poco corposi, leggermente aspri e amari. Il Carminiano per esempio è ottenuto da un miscela tra Sangiovese e Cabernet. Maturità aromatica 10 classi si accumula secondo un proprio andamento condizionato da diversi fattori di cui bisognerà tenere conto nel corso della maturazione al fine raggiungere la massima espressività aromatica del vitigno stesso. Maturità fenolica Analisi sensoriale dell’uva Il semplice schiacciamento dell’acino nel palmo della mano e la valutazione visiva del colore fornisce delle indicazioni interessanti soprattutto se l’operatore ha accumulato una certa esperienza legata al luogo e al vitigno. L’importante è non annacquarlo col ghiaccio, ma un Bardolino, un Chianti o un Sangiovese giovani, una Freisa o una Barbera non invecchiata, un Gutturnio o una Bonarda nel secchiello refrigerante d’estate ci stanno eccome. Sangiovese di Romagna (Emilia Romagna) Un famoso rosso, compagno della tipica cucina romagnola. Anguilla ai Ferri _ L’anguilla cotta alla griglia vuole un rosso come il Bardolino, oppure anche un Sangiovese di Romagna, una Barbera d’Asti o un Chianti, tutti serviti giovani. Chi vuole il rosso può orientarsi su un Cerveteri Rosso o un Circeo Sangiovese in area laziale oppu- . Filetto alla griglia Da abbinare con un vino rosso giovane: possono andar bene Chianti classico, Valpolicella, Rosso Piceno, Rosso di Montalcino, Sangiovese di Romagna. Formaggio di Fossa ll mitico formaggio stagionato nelle fosse di Sogliano si abbina a una risenla di Nobile di Montepulciano, Chianti, Valpolicella o Sangiovese, ma da grandi soddisfazioni anche accostato a un bicchiere di Albana di Romagna passito. Sia in cottura che in abbinamento si usano i rossi locali di maggiore struttura, come il Sangiovese di Romagna o il Rosso dei Colli Bolognesi. Per chi preferisce un rosso: Cabernet del Trentino, Sangiovese di Romagna o Refosco dei Colli Orientali del Friuli, tutti serviti freschi. Date preferenza all’abbinamento regionale, scegliendo fra due opzioni: un rosso giovane ma di buon corpo e discreta acidità come il Sangiovese di Romagna o un vino brioso e vivace come il Lambrusco (Sorbara o Grasparossa di Castelvetro). Accompagnare con Sangiovese di Romagna o Freisa secco o Riviera del Garda Rosso. Accompagnare con Sangiovese di Romagna o Clastidio Rosso o Chianti dei Colli Aretini. | Gnocchi, romagna, Sangiovese di Romagna, Clastidio Rosso, Chianti dei Colli Aretini | ricette | | Maccheroni al Brandy | Ingredienti per quattro persone: quattro etti di maccheroni lunghi (zite), sette etti di polpa di pomodoro, un etto di burro, una cipollina, tre o quattro bicchierini di Brandy, sa/e, pepe. Tutte però chiedono l’abbinamento con un rosso di buon corpo e discreto invecchiamento, come possono essere un Chianti Classico riserva, un Vino Nobile di Montepulciano, un Taurasi, un Barolo o una Barbera d’Asti, un Aglianico del Vulture, un Sangiovese di Romagna superiore, un Eloro siciliano, un Rosso Conero riserva. Anguilla ai ferri L’anguilla cotta alla griglia vuole un rosso come il Bardolino, oppure anche un Sangiovese •di Romagna, una Barbera d’Asti o un Chianti, tutti serviti giovani. Il bollito emiliano vuole anche lo zampone: nel bicchiere Sangiovese o Lambrusco. Formaggio di fossa Il mitico formaggio stagionato nelle fosse di Sogliano si abbina a una riserva di Nobile di Montepulciano, Chianti, Valpolicella o Sangiovese, ma dà grandi soddisfazioni anche accostato a un bicchiere di Albana di Romagna passito. Se l’abbinamento è tradizionale, allora ecco il Sangiovese di Romagna o la Barbera dei Colli Bolognesi, anche frizzante. Con questa dizione accompagnata dal nome del vitigno, si riscontrano molti vini sia bianchi sia rossi, tutti di sapore più o meno intenso e caratteristico. Tra gli altri spiccava per eccellenza il Lagrein e quando nel Cinquecento cominciarono a imporsi i criteri di una viticoltura razionale, Michele Geyssmeyer auspicava l’estensione della coltivazione del vitigno anche in altre zone del Bolzanese, dove le uve erano di minor pregio e i vini scadenti. Le condizioni climatiche, infatti, non sempre si adattano a questo vitigno, che richiede primavere miti, poco piovose, e una buona insolazione nel periodo estivo. Questo vitigno, infatti, è frutto delle ricerche di uno studioso svizzero, il professor Muller, che lo ottenne incrociando la varietà d’uva Riesling Renano con il Sylvaner verde. E ovvio che questo vitigno, nato per diffondersi sui pendìi della Renania e della Mosella, dove l’uomo coltiva la vite in condizioni molto difficili e dove l’uva deve fiorire e maturare in un periodo molto breve per sfuggire al freddo, abbia trovato solo nelle zone più elevate della valle d’Isarco l’ambiente ideale. La coltivazione del vitigno è limitata; in compenso le qualità del vino includono il Riesling Renano nella ristretta schiera di prodotti che formano l’aristocrazia dell’enologia italiana. Che la coltura di questo vitigno sia antica lo dimostra anche il fatto che ancora nel 1500 in Alto Adige in una proprietà del convento di Tegernsee, veniva consigliata come varietà da preferire per i nuovi impianti.
La Schiava, quindi, è il vitigno base di tutta la viticoltura altoatesina, costituendo la componente principale di numerosi vini a denominazione d’origine controllata, quali il Caldaro, il Santa Maddalena, il Meranese di collina, il Colline di Bolzano, l’Alto Adige e altri meno prestigiosi come il Valdadige rosso. -‘epoca e il luogo da dove questo vitigno proviene non ono ben noti, tuttavia è probabile che esso sia stato mportato dalla regione francese del Bordeaux, e in tarticolare dal Santerne, dove si ottengono i classici vini )ianchi universalmente conosciuti con il nome di quel »aese. Ogni scheda include la diffusione geografica, la storia dell’evoluzione del vitigno (spesso legata a migrazioni storiche o mutazioni naturali) e, aspetto cruciale, la gestione dei sinonimi. In Italia, dove lo stesso vitigno può assumere nomi diversi a seconda della regione, l’uso di un sistema di reindirizzamento alla nomenclatura ufficiale registrata è un servizio di valore inestimabile per la chiarezza dell’utente. Terminologia e Descrittori nella Recensione Sensoriale L’analisi dei contenuti di Quattrocalici per vitigni come il Sangiovese o il Nero di Troia rivela un pattern di descrittori ricorrenti che costituiscono il vocabolario del sommelier professionista. In questo modello, ogni vitigno viene “personificato”: • Nebbiolo: Il re, capace di esprimere la nobiltà del tempo e dell’invecchiamento. Dati Tecnici Essenziali: Una tabella Markdown o un box con i parametri principali (Vitigno, Gradazione, Prezzo, Regione) per favorire lo skimming. Da questo vitigno, con aggiunte di Vein de Nus, Neyret e Dolcetto, si ricava ì’Enfer d’Arvier, che prende questo nome pittoresco perché ricavato nei cosiddetti inferni, spiazzi tra le balze rocciose, sistemati a 800 metri di altitudine. L’altro vino Doc, il Donnaz, proviene da uve del vitigno Nebbiolo che, trapiantato dal Piemonte in Valle d’Aosta, ha assunto una sua propria fisionomia e viene localmente chiamato Picoutener. Malvasia di Nus viene prodotto in piccola quantità con ve del vitigno Vein de Nus, coltivato a Nus da tempo nmemorabile. Deriva principalmente da uve del vitigno Petit rouge, con piccole aggiunte di altre uve locali. Vanno ricordati inoltre: il Malvasia d’Aosta, vino bianco da dessert simile al Malvasia di Nus; VArnaz, rosso, che si produce nella località omonima; le Colline d’Aosta, rosso, prodotto nei dintorni di Aosta; il Vein de Nus, rosso, che deriva in esclusiva dal vitigno omonimo. Tra l’altro, secondo alcuni autorevoli pareri, sembra che il famoso e quasi innafferabile Falerno (sotto il profilo agiografico) — insieme al Gaurano, non meno misterioso, vino antico della Campania (che cresce ai confini con il Lazio) — sia originato dalla vinificazione del vitigno Aglianico lucano, colà trapiantato. Come uve nere sono di rilievo l’Aglianicone, l’Aleatico, il Bombino nero, il Ciliegiolo, la Malvasia nera di Basilicata, il Montepulciano e il Sangiovese. Va rilevato che nei nuovi impianti sono stati introdotti il Barbera, il Sangiovese, il Trebbiano. In questi ridenti luoghi sono diffusi la Malvasia bianca, il Moscato, il Sangiovese, il Barbera. Il vitigno è antico, lo stesso che dà l’Aglianico campano che dovrebbe essere stato importato in Basilicata in tempi lontani. Apre il repertorio un Aglianico della Basilicata, prodotto in tutto il territorio della regione principalmente con uve del vitigno omonimo e piccole aggiunte di altre uve provenienti da vitigni rossi o bianchi (Malvasia bianca. Oltre al vitigno Aglianico, si impiegano uve di Montepulciano e altre uve bianche locali in percentuale minore. In diversi comuni della provincia di Potenza viene prodotto V Aglianicone, tratto da uve del vitigno omonimo, un po’ meno fine rispetto all’Aglianico. Esso deriva dal vitigno omonimo che fornisce un prodotto acerbo, o aspretto, dal colore gaudiosamente paglierino, con marezzature verdognole, leggero e frizzante come sapore, tale da ricordare il Vinho Verde dei portoghesi. La cantina sociale del Metapontino produce un Barbera, con uve del vitigno omonimo, che ha trovato nella piana di Metaponto un habitat particolarmente adatto. Tra i rosati, che si producono in notevole quantità nella Basilicata, sono da segnalare il Rosato di Rionero, che deriva da uve del vitigno Aglianico, con piccole aggiunte di altri minori locali e vinificazione in bianco. A Rionero in Vulture si produce il Rosato d’Angelo, con uve del vitigno Aglianico e altre locali vinificate parzialmente in bianco. Usufruendo di un vitigno come il Sangiovese, che è fra i più versatili della Penisola, essendo stato esportato in quasi tutte le regioni, con risultati di ottimo rilievo specie al Sud e nelle isole, si vinifica nel Materano il Sangiovese, in purezza, senza mischiarlo con altri vitigni. Nei comuni di Muro Lucano, Bella, Castelgrande, Tito, Picerno e altri, in provincia di Potenza, gode di buona rinomanza il Santa Sofia, vino bianco prodotto con uve del vitigno omonimo, coltivato in luogo. Sembra si possa affermare che il vitigno fu introdotto in Basilicata, nella zona della provincia di Potenza, ai tempi dell’ antica Grecia nel VI secolo a. Prodotto dal vitigno Nebbiolo, il Barolo è il re dei vini piemontesi. Il Chianti nasce da una predominanza di uve sangiovese miste ad una percentuale minima di altre uve a bacca rossa. Oltre al Sangiovese, si utilizzano generalmente vitigni toscani come il Canaiolo o il Colorino. Non è desueto comunque bere un Chianti Classico realizzato unicamente con uve Sangiovese: una scelta produttiva che mira, evidentemente, alla realizzazione di un vino puro, capace di esaltare al massimo le sue caratteristiche olfattive, di gusto e di colore. Questi i vitigni che partecipano alla vinificazione del Colli di Luni Rosso Riserva: Sangiovese (60%-70%), Canaiolo, Pollera Nera e Ciliegiolo Nero (da soli o unitamente per almeno il 15%).
Il Mamertino, infatti, puಠessere sia bianco che rosso.Nei comuni di Santa Lucia del Mela e di Merଠsi coltivano le varietà Nero d’Avola, Sangiovese, Nocera e Nerello Mascalese per i vini rossi e le varietà Catarratto Comune, Catarratto Lucido, Inzolia e Grillo per i vini bianchi. Vitigno autoctono matura nella prima decade di Settembre e dà un vino con ottime caratteristiche di struttura e profumi , subisce molto l’influenza delle condizioni di allevamento e del ” terroir ”. La specificazione del vitigno è prevista nel disciplinare del Mamertino Bianco e Mamertino Bianco Riserva DOCNero d’Avola Star indiscussa dei vitigni autoctoni Siciliani a bacca rossa da cui nascono i vini pi๠importanti dell’isola . È di qui che viene la tendenza a classificare i vini in termini di azienda produttrice e vitigno, ignorando completamente il suolo o infilandolo in una categoria geologica come gesso, argilla, arenaria o ghiaia. Saintsbury non ammannisce ai lettori delle “note d’assaggio”, che per lui sono solo “gergo vinicolo”; secondo lui, un vino era un individuo, irriducibile a un tipo o a una marca, e ogni gusto era la firma, inimitabile, di un luogo e delle sue tradizioni – e la scelta del vitigno era solo una di queste. Tornando a Cambridge portai con me l’amore per il Borgogna bianco e una fede nei suoi attributi che non era affatto sminuita dall’ignoranza del vitigno, o del modo di vivere e della viticoltura del luogo al quale ormai ero devoto. Le variazioni della tecnica, del clima, del vitigno, del suolo e della cultura fanno sì che per il bevitore ordinario sia la più imprevedibile delle bevande e per il conoscitore quella che informa nel modo più complicato, che corrisponde alle proprie origini come una partita di scacchi all’apertura. So difendere il locale contro il globale esplorando nel bicchiere il Paese che ho adottato come patria spirituale; e tratto con sospetto quelle bottiglie giramondo che portano il nome di qualche vitigno. I minuscoli vigneti del Montrachet stanno a cavallo fra i comuni di Chassagne e Puligny, e producono, usando lo Chardonnay come vitigno, un vino eguagliato solo da quelli adiacenti dello Chevalier-Montrachet e del Bâtard-Montrachet. E questo mi riporta alla disputa fra i terroiristes, per i quali il vino andrebbe visto come un’ “espressione” del suolo, e i garagistes, secondo i quali quello che conta è il vitigno, non il suolo. Nel Trecento Filippo l’Ardito trasformò il Borgogna rosso in un articolo di lusso vietando l’ “infido” vitigno Gamay e consentendo solo il Pinot Noir. È per questo che nessun altro dei vini che io conosco ha tutte le varietà di gusto del Borgogna rosso, talmente numerose che si fatica a credere che vengano tutte da un solo vitigno. Per apprezzare il Borgogna com’è veramente bisogna lasciarlo maturare per almeno cinque anni, dopo di che nella bottiglia ha luogo una strana trasformazione: il vitigno lentamente arretra lasciando in vista prima il villaggio, poi il vigneto e da ultimo il suolo. Ora il petrolio è esaurito e Jurançon sta cominciando a tornare una grande area vinicola con un bianco secco fatto col Gros Manseng, un vitigno locale, e un vin moelleux di lunga durata fatto con una miscela di Gros e Petit Manseng. Il Madiran è il prodotto generoso e aromatico di un vitigno locale, il Tannat; è porporino, speziato, di lunga vita e – dopo pochi anni in bottiglia – morbido e tenero come la guancia materna. Ci forniscono un esempio rivelatore i vini della valle del Rodano, che in alcune zone sono prodotti con un solo vitigno, ben radicato nel luogo, e in altre con mescolanze la cui sola spiegazione è la tradizione. Un suo successore, Probo 14, avendo idee più chiare, capì che, se il vino è buono e liberamente accessibile, ci saranno ribellioni solo in stato di incapacità, e nel 281 reimpiantò i vigneti importando il vitigno Viognier dalla Dalmazia. Non sto dicendo che la qualità di questo vino vada attribuita esclusivamente al vitigno, come se si potesse ottenere lo stesso effetto in Sudafrica, in Nuova Zelanda o in Argentina. Anche il bianco dello stesso produttore è esemplare, e realizza un matrimonio perfetto fra il ricco fruttato del vitigno Sémillon e la freschezza erbosa del Sauvignon. Il Fronton è radicato in un luogo ancora più del Cahors: il vitigno Négrette si trova solo in questa zona e si dice che l’abbiano portato i Templari da Cipro nove secoli fa. In zona il Cabernet Franc è detto “Breton” e il nome bretone di Monsieur Amirault potrebbe far pensare a una particolare vicinanza a un vitigno che cresce bene nella aree temperate. Tuttavia, la resina è un omaggio a Dioniso, che non vuole mai che i suoi doni minori siano respinti, anche se i produttori la sfruttano per nascondere i difetti del vitigno. La colonia della Virginia approvò già nel 1619 una legge che imponeva a ogni maschio di piantare e coltivare dieci vigne; il primo vitigno utilizzato fu il Norton, indigeno, coltivato anche da Jefferson a Monticello e piantato in seguito in molte proprietà virginiane dai discepoli del dio. Il Norton, adatto come nessun altro vitigno al clima umido della Virginia, verso la fine dell’Ottocento diede vita a un claret serio, prodotto dalla Monticello Wine Company e che affrontò con successo la concorrenza internazionale. Il vitigno è il Syrah, e non ha niente a che fare con la città di Shiraz nonostante la leggenda, alla quale sulle sponde del Rodano credono in molti, secondo cui sarebbe stato portato in Francia dai reduci delle crociate – e nonostante la fama di Shiraz, patria del grande amante del vino Hafiz. Il Syrah è il vitigno di Hermitage, nonché un vino che matura per decenni, fino a dare il più aromatico e delicato di tutti i prodotti del Rodano. E comunque, che piaccia o no in Australia si produce più Shiraz di tutti gli altri rossi messi insieme – e questo mi porta al secondo punto: con poche eccezioni come il Wirra Wirra, i vini australiani non hanno il sapore di un luogo – e così hanno deciso di avere quello di un vitigno. C’è anche un vitigno notevolissimo, il Sangiovese, col quale si fa il Chianti, e che appena portato in un posto nuovo si ibrida subito diventando un prodotto locale, radicato nel suolo quanto le generazioni di quelli che ci sono sepolti. Il Sangiovese di Montepulciano, col quale si fa il celebre Vino Nobile, è diversissimo da quello di Firenze. A mia esperienza, il più interessante di questi vini è il Bierzo, piantato in antiche vigne lungo il cammino dei pellegrini verso Santiago de Compostela e fatto col vitigno indigeno Mencia. Lo Scotch non è inferiore a nient’altro per superare tutte quelle stramberie sugli angeli e sulle specie, ma quando finalmente se ne esce e si arriva al sereno sentiero delle virtù è giusto alzare un bicchiere di Sangiovese in onore del santo. Anzi, secondo me la migliore delle molte varianti del Sangiovese, in questo caso, è quella di Montepulciano.
È fatto con un vitigno locale che dà un rosa da caccia profondo all’aspetto nonché un’intera ottava di aromi al gusto, e riempie l’aria col suo profumo. Anche del Greco si dice sia il più antico vitigno d’Italia.



