Platone e il vino

Platone e il vino: il «dono di Dioniso» che rinnova la giovinezza

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Platone è uno dei padri della filosofia occidentale, l’allievo di Socrate che fondò l’Accademia di Atene e maestro di Aristotele. Nelle sue opere il vino non è mai un tema marginale: compare nel Simposio, ambientato durante un banchetto, e soprattutto nelle Leggi, dove gli dedica una riflessione sorprendentemente positiva. Per Platone il vino, usato con misura, è un «dono di Dioniso» capace di alleggerire la durezza della vecchiaia e di restituire all’animo un po’ di giovinezza. Una visione che, oltre duemila anni dopo, parla ancora a chiunque consideri il bere un fatto di cultura e non di eccesso.

📌 In sintesi: Platone

Platone (Atene, 428/427 – 348/347 a.C.) fu il filosofo greco allievo di Socrate e maestro di Aristotele, fondatore dell’Accademia e autore di dialoghi come La Repubblica, Il Simposio e Le Leggi. Del vino parla in più opere: nelle Leggi lo difende come «dono di Dioniso» che, bevuto con misura, addolcisce la vecchiaia e rende l’animo più mite. Il suo è un elogio del bere ordinato e consapevole, non dell’ebbrezza fine a sé stessa.

«Non condanniamo dunque semplicemente il dono di Dioniso come cattivo e indegno di essere accolto nella città. Il vino ha infatti molti pregi.»
— Platone, Le Leggi, libro II

«…il vino fu dato agli uomini per alleviare l’asprezza della vecchiaia: perché in età avanzata potessimo rinnovare la giovinezza e dimenticare le pene, e perché la natura dell’animo, come il ferro nel fuoco, diventasse più morbida.»
— Platone, Le Leggi, libro II

Non si tratta di un invito a ubriacarsi, ma di un ragionamento sul ruolo civile e umano del vino: usato nel momento e nel modo giusti, può ammorbidire i caratteri, allentare le tensioni e rendere gli uomini più disposti all’amicizia e alla conversazione. È il vino della convivialità ordinata, non dell’abuso.

Chi era Platone

Platone nacque ad Atene intorno al 428-427 a.C. da una famiglia aristocratica; il suo vero nome sarebbe stato Aristocle. Ricevette un’educazione raffinata, con studi di musica, pittura e poesia, prima che l’incontro con Socrate ne orientasse definitivamente la vocazione filosofica. Dopo la condanna a morte del maestro (399 a.C.), Platone viaggiò e maturò il proprio pensiero, fino a fondare ad Atene, intorno al 387 a.C., la celebre Accademia, una scuola destinata a durare secoli e considerata un modello di istituzione filosofica.

La sua opera, scritta quasi interamente in forma di dialogo, è uno dei pilastri della cultura occidentale. Tra i testi più noti vi sono La Repubblica, grande riflessione sulla giustizia e sulla città ideale, Il Simposio, dedicato all’amore e ambientato durante un banchetto, e dialoghi come il Fedone e il Fedro. La sua ultima opera, lasciata incompiuta alla morte (avvenuta intorno al 348-347 a.C.), sono Le Leggi, dedicate alla costituzione di una città ben ordinata. Tra i suoi allievi vi fu Aristotele, che avrebbe poi sviluppato una filosofia propria. Insieme, Socrate, Platone e Aristotele rappresentano il cuore della filosofia greca classica.

Il vino secondo Platone

La riflessione più ampia di Platone sul vino si trova nel libro II delle Leggi. Qui il filosofo, per bocca dell’ospite ateniese, prende le distanze da chi condanna il vino in modo assoluto: il «dono di Dioniso», sostiene, non va respinto, perché ha «molti pregi». Bevuto con misura e nell’occasione opportuna, il vino allevia la durezza degli anni, aiuta a dimenticare le pene e rende l’animo più mite, «come il ferro nel fuoco». È una difesa del vino sorprendentemente moderna, che lo lega al benessere dell’animo e alla socialità.

Questo elogio, però, è inseparabile dall’idea di misura. Per Platone i banchetti con il vino — i symposia — hanno valore educativo solo se regolati: servono a mettere alla prova e a formare il carattere, non a perdere il controllo. Lo si vede bene nel Simposio, il celebre dialogo sull’amore: i convitati, su proposta del medico Erissimaco, decidono di bere con moderazione e di non ridurre la serata a un’ubriacatura, dedicandosi piuttosto alla conversazione. Il vino accompagna il pensiero, non lo annebbia.

Curiosa, infine, è una battuta che Platone affida al Cratilo, il dialogo sul significato dei nomi: con un gioco di parole tipicamente greco, fa notare che il vino (oînos) potrebbe trarre il nome dal fatto che «fa credere» (oíesthai) a molti di chi beve di avere senno (noûs) quando non lo hanno. Un sorriso filosofico che riassume tutta l’ambivalenza del vino nel pensiero platonico: dono prezioso quando è governato dalla ragione, illusione pericolosa quando prende il sopravvento.

Domande Frequenti

❓ Domande Frequenti: Platone

Chi era Platone?

Platone (Atene, 428/427 – 348/347 a.C.) fu un filosofo greco, allievo di Socrate e maestro di Aristotele. Fondò ad Atene l’Accademia ed è autore di dialoghi fondamentali come La Repubblica, Il Simposio e Le Leggi: è considerato uno dei padri della filosofia occidentale.

Cosa diceva Platone sul vino?

Nel libro II delle Leggi Platone difende il vino come «dono di Dioniso» che, bevuto con misura, allevia la durezza della vecchiaia e rende l’animo più mite. Insiste però sulla moderazione: i banchetti hanno valore solo se ordinati, perché il vino deve accompagnare la ragione, non sostituirla.

Da quale opera è tratta la frase di Platone sul vino?

Le riflessioni più note provengono dal libro II delle Leggi, il suo ultimo grande dialogo. Il vino compare anche nel Simposio, ambientato durante un banchetto, e nel Cratilo, con un celebre gioco di parole sul nome del vino. Va ricordato che la frase «nulla di più eccellente del vino fu mai dato all’uomo», spesso attribuita a Platone in rete, non si trova nei suoi testi.

Un brindisi alla misura

Il vino di Platone non è quello dell’eccesso, ma quello della convivialità governata dalla ragione: un dono che addolcisce la vita quando lo si sa accogliere con misura. Una lezione antica che, calice alla mano, conserva intatta tutta la sua attualità.

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