Kahlil Gibran e il vino

Kahlil Gibran e il vino: il sapore che resta quando il calice è ormai perduto

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Pochi poeti hanno saputo parlare del vino come di una forma di memoria del cuore quanto Kahlil Gibran (1883-1931), scrittore, poeta e pittore libanese-americano, autore di quel Il Profeta che è diventato uno dei libri più letti e tradotti del Novecento. Nella sua frase più nota sull’argomento, Gibran non descrive un sapore: descrive ciò che del sapore sopravvive quando ogni cosa intorno è svanita. È un aforisma che trasforma un sorso in un’immagine della nostalgia, e che spiega perché il suo nome compaia tanto spesso tra le citazioni più amate sul vino.

📌 In sintesi: Kahlil Gibran

Poeta, scrittore e pittore libanese-americano (1883-1931), celebre in tutto il mondo per Il Profeta (1923). Di formazione orientale e occidentale insieme, Gibran fece della contemplazione e della spiritualità il cuore della sua opera. Quando parla del vino lo fa in chiave simbolica, legandolo alla memoria, alla gioia condivisa e al ricordo che resta anche dopo che il calice si è svuotato.

«Come si ricorda il sapore del vino quando il bicchiere e il suo colore sono ormai perduti.»
— Kahlil Gibran

Storia di Kahlil Gibran: chi era il poeta de «Il Profeta»

Kahlil Gibran nacque nel 1883 a Bsharri, un villaggio di montagna del Libano allora sotto dominio ottomano, in una famiglia cristiano-maronita. Ancora bambino, nel 1895, emigrò con la madre e i fratelli negli Stati Uniti, stabilendosi a Boston: fu lì che il giovane Gibran entrò in contatto con l’ambiente artistico americano, coltivando insieme il talento per il disegno e quello per la scrittura. Negli anni a venire avrebbe vissuto tra le due rive del suo mondo, l’Oriente delle origini e l’Occidente della maturità, scrivendo dapprima in arabo e poi in inglese.

Trasferitosi a New York, Gibran pubblicò nel 1923 la sua opera più celebre, Il Profeta (The Prophet): una raccolta di ventisei prose poetiche in cui un saggio, alla vigilia della partenza, risponde alle domande della gente su amore, lavoro, gioia e dolore, libertà, amicizia. Il libro conobbe una fortuna straordinaria, fu tradotto in oltre cento lingue e fece di Gibran uno dei poeti più venduti di sempre. Lo scrittore morì a New York nel 1931, ad appena quarantotto anni, ma la sua voce di poeta-pittore, sospesa tra misticismo e tenerezza, non ha smesso di parlare ai lettori di tutto il mondo.

Il vino secondo Kahlil Gibran

Nell’aforisma a lui attribuito, il vino non è quasi mai una semplice bevanda: è una metafora del tempo e della memoria. «Come si ricorda il sapore del vino quando il bicchiere e il suo colore sono ormai perduti» suona come una domanda lasciata aperta, in perfetto stile gibraniano: ciò che davvero conta — sembra dirci — non è l’oggetto, il calice, il colore che si ammira controluce, ma l’impronta che quel sapore lascia dentro di noi. Il vino diventa così immagine di tutto ciò che amiamo e che continuiamo a custodire anche quando non possiamo più toccarlo. È la stessa sensibilità che attraversa Il Profeta, dove ogni piacere terreno viene osservato come riflesso di qualcosa di più grande.

Questo legame tra vino, ricordo e gratitudine torna esplicitamente proprio ne Il Profeta, nel capitolo dedicato al mangiare e al bere (On Eating and Drinking). Qui Gibran invita chi raccoglie l’uva in autunno a sentirsi a sua volta vigna destinata al torchio, e poi scrive: «E in inverno, quando spillerete il vino, vi sia nel vostro cuore un canto per ogni coppa; e in quel canto un ricordo per i giorni d’autunno, per la vigna e per il torchio». Bere, per il poeta, è dunque un atto di memoria e di rendimento di grazie: nel calice non c’è soltanto un liquido, ma il sole di un’estate, la fatica della vendemmia, il tempo che si è fatto sapore. Per questo la sua frase più celebre sul vino non parla di gusto ma di ciò che del gusto rimane: un ricordo che sopravvive al bicchiere vuoto.

Domande Frequenti

❓ Domande Frequenti: Kahlil Gibran

Chi era Kahlil Gibran?

Kahlil Gibran (1883-1931) è stato un poeta, scrittore e pittore libanese-americano. Nato a Bsharri, in Libano, emigrò da bambino negli Stati Uniti. È celebre in tutto il mondo soprattutto per Il Profeta (1923), una delle opere poetiche più tradotte e lette di sempre.

Cosa diceva Kahlil Gibran sul vino?

Nell’aforisma più noto a lui attribuito, Gibran lega il vino alla memoria: «Come si ricorda il sapore del vino quando il bicchiere e il suo colore sono ormai perduti». Per il poeta il vino è soprattutto un simbolo di ciò che resta nel ricordo anche quando il calice è ormai vuoto.

Il vino compare ne «Il Profeta»?

Sì. Ne Il Profeta, nel capitolo dedicato al mangiare e al bere (On Eating and Drinking), Gibran invita a bere il vino con «un canto per ogni coppa» e con un ricordo per i giorni d’autunno, per la vigna e per il torchio: bere diventa così un gesto di memoria e di gratitudine.

Un ricordo che resta nel calice

Nelle parole di Kahlil Gibran il vino smette di essere oggetto e diventa simbolo: della gioia condivisa, del tempo che custodiamo, di ciò che amiamo e che resta dentro di noi anche quando svanisce. È questa profondità a fare della sua frase uno dei piccoli gioielli tra gli aforismi sul vino.

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