Indice
- 1 Il vino nella Francia del XVIII Secolo e degli Enciclopedisti dell’Illuminismo
- 2 Storia e origini: il “secolo dei lumi” cambia il vino
- 3 I grandi cru fra rivoluzione e leggenda
- 4 Gli Enciclopedisti e il vino: scienza, medicina e filosofia
- 5 Domande Frequenti su il vino nella Francia del XVIII secolo
- 6 ❓ Domande Frequenti: il vino nella Francia del ‘700
- 7 Un secolo che ha cambiato il vino
Il vino nella Francia del XVIII Secolo e degli Enciclopedisti dell’Illuminismo
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Il Settecento, il “secolo dei lumi”, è il secolo in cui il vino francese diventa adulto. Mentre i filosofi dell’Encyclopédie discutevano di ragione e di natura, nelle abbazie e nei vigneti di Borgogna, Bordeaux e Champagne si compiva una rivoluzione silenziosa: nasceva l’idea moderna di vino di qualità, fatto di terroir, di selezione delle uve e — finalmente — di bottiglie tappate con il sughero. È in questo intreccio fra pensiero e cantina che la Francia conquista il primato enologico che ancora oggi le riconosciamo.
📌 In sintesi: il vino nella Francia del ‘700
Nel XVIII secolo la viticoltura francese passa dall’artigianato contadino a una vera cultura della qualità. È l’epoca di Dom Pérignon e dell’affermazione dello Champagne, dei grandi cru di Borgogna e Bordeaux, della scoperta del tappo di sughero che permette di invecchiare il vino in bottiglia, e degli Enciclopedisti — Diderot, d’Alembert, Rousseau, Voltaire — che fanno del vino un tema di scienza, medicina e filosofia. Da queste fermentazioni nascerà di lì a poco l’enologia moderna.
Storia e origini: il “secolo dei lumi” cambia il vino
All’inizio del Settecento la produzione di vino in Francia era ancora in gran parte artigianale: piccoli appezzamenti, contadini che coltivavano e vinificavano nelle proprie terre. Nel corso del secolo, però, la diffusione di tecniche più avanzate e la crescente domanda di vini fini trasformarono questo mondo. La Borgogna e il Bordeaux divennero il modello assoluto: l’aristocrazia di mezza Europa riempiva le proprie cantine dei loro vini, e perfino i nobili piemontesi, prima di “convertirsi” al Barolo, costruivano palazzi guardando ai castelli francesi e li rifornivano di Borgogna.
La svolta più celebre porta il nome di un monaco benedettino. Dom Pierre Pérignon, cellerario dell’abbazia di Hautvilliers — fondata nel 650 su una collina affacciata sulla Marna, non lontano da Reims — dedicò la vita a migliorare i vini della Champagne. Stabilì regole destinate a rivoluzionare la regione: vinificare solo con uve Pinot Noir, potare basso lasciando pochi grappoli, vendemmiare con delicatezza per non rompere gli acini, pulire i grappoli eliminando frutti guasti e foglie, proteggere l’uva dal sole persino con teli bagnati. Pretese inoltre che l’uva non fosse pestata con i piedi, ma pressata a più riprese sotto il torchio, conservando solo i mosti di mezzo. Una curiosità che sorprende molti: il suo vero segreto non erano le bollicine, ma la qualità assoluta ottenuta riunendo le uve migliori in quelle che ancora oggi chiamiamo cuvées. Lo Champagne effervescente, anzi, nacque quasi per caso: non amando il lungo soggiorno del vino nel legno, Dom Pérignon imbottigliava a marzo, prima che la fermentazione interrotta dal freddo invernale si concludesse; e per trattenere la pressione fu tra i primi a usare i tappi di sughero, legati con uno spago. La presa di spuma fu dunque una conseguenza, non un calcolo. Alla sua morte, nel 1715, i vini di Hautvilliers si vendevano a 800-900 franchi, contro i 500 a botte dei migliori vini della zona.
I grandi cru fra rivoluzione e leggenda
Il Settecento è anche il secolo in cui si fissa la geografia dei grandi vini. In Borgogna, lo storico Clos de Vougeot — cinquanta ettari coltivati per sei secoli dai monaci cistercensi — visse il suo destino con la Rivoluzione francese: le proprietà della Chiesa furono espropriate e vendute all’asta, il celebre vigneto venne suddiviso fra decine di nuovi proprietari e il muro di pietra eretto dai monaci fu aperto in più punti. Stendhal racconta che davanti a quel castello i soldati del colonnello Bisson presentarono le armi al rullo dei tamburi: ancora oggi vi celebra le sue feste la Confrérie des Chevaliers du Tastevin. Poco lontano, a Vosne-Romanée, la proprietà dell’abbazia di Saint-Vivant fu contesa da Madame de Pompadour e dal Principe di Conti: vinse il principe, che legò il proprio nome a un pezzetto di terra di appena un ettaro e mezzo, dando origine al mito della Romanée-Conti.
A Bordeaux, intanto, lo sviluppo dei commerci — soprattutto con l’Inghilterra — aveva già consolidato la fama degli Château, che lungo il secolo costruirono quella scala di valori poi cristallizzata nella celebre classificazione del 1855 (premier cru a Lafite, Margaux, Latour e Haut-Brion). E sullo sfondo c’è una scoperta tecnica che cambia tutto: proprio nel Settecento il vino esce dalla botte e conquista la bottiglia di vetro robusto chiusa col sughero. Per la prima volta diventa possibile far invecchiare il vino e affinarlo: senza questa “rivoluzione del tappo”, i grandi rossi da lungo invecchiamento come li conosciamo non esisterebbero.
Gli Enciclopedisti e il vino: scienza, medicina e filosofia
Mentre la cantina si trasformava, il pensiero illuminista faceva del vino un oggetto di studio. «Il vino rappresenta la vera essenza del cuore dell’uomo», affermava Jean-Jacques Rousseau. Il grande chimico Antoine-Laurent Lavoisier dimostrò che l’alcol non era composto solo di “olio e acqua”, come si credeva, ma conteneva carbonio, idrogeno e ossigeno; e Jean-Antoine Chaptal applicò la chimica alla vinificazione, gettando le basi di quella che sarebbe diventata l’enologia (il suo nome è ancora legato alla “chaptalizzazione”). Il Settecento è soprattutto il secolo dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, alla cui grandiosa opera collaborarono Rousseau, Voltaire e molti altri.
I filosofi discutevano accesamente delle proprietà del vino come medicamento, riprendendo i medici antichi — Galeno e Ippocrate — secondo cui il vino, nella giusta quantità, era cura efficace per certe malattie. Per molti enciclopedisti era anzi un rimedio per i mali dell’animo, sulla scia degli stoici greci che vi vedevano un modo per contrastare l’infelicità. Gli stessi autori citavano le grandi nazioni produttrici del “nettare di Bacco” — Italia, Francia, Spagna, Germania. Curiosità d’oltreoceano: in quegli stessi anni Thomas Jefferson, ambasciatore a Parigi e fine intenditore, sosteneva che nel contesto americano «il vino era l’unico antidoto al whisky», contro l’ubriachezza da gin che affliggeva la Londra del Settecento.
Domande Frequenti su il vino nella Francia del XVIII secolo
❓ Domande Frequenti: il vino nella Francia del ‘700
Dom Pérignon ha davvero “inventato” lo Champagne?
Non esattamente. Il suo obiettivo era la qualità assoluta del vino, ottenuta selezionando le uve migliori e creando le prime cuvées. La presa di spuma fu una conseguenza dell’imbottigliamento precoce e dell’uso del tappo di sughero, non un calcolo: le bollicine vennero perfezionate e rese una moda di successo soltanto in seguito, alla Corte di Parigi.
Perché il Settecento è così importante per l’enologia?
Perché unisce due rivoluzioni: quella tecnica, con la bottiglia di vetro robusto chiusa col sughero che permette per la prima volta di invecchiare il vino, e quella scientifica, con chimici come Lavoisier e Chaptal che iniziano a spiegare la fermentazione. Da qui nascerà l’enologia moderna.
Che rapporto avevano gli Enciclopedisti con il vino?
Lo trattavano come tema di scienza, medicina e filosofia. Rousseau lo definiva essenza del cuore dell’uomo, e l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert — cui collaborarono anche Voltaire e lo stesso Rousseau — ne discuteva le proprietà come medicamento, citando i medici antichi Galeno e Ippocrate.
Un secolo che ha cambiato il vino
Fra abbazie, cantine e salotti illuministi, il Settecento francese ha posto le fondamenta del vino come lo intendiamo oggi: qualità, terroir, affinamento e cultura. Un’eredità che continua a vivere in ogni calice.

