Greco di Bianco: il Passito più Raro della Calabria

Sulla punta estrema dello Stivale, dove la Calabria guarda la Sicilia, si produce uno dei passiti più rari e preziosi d’Italia: il Greco di Bianco. Poche migliaia di bottiglie l’anno, una storia millenaria, un colore d’ambra che cattura il sole jonico. Se cerchi un tesoro enologico dimenticato, eccolo.

Cos’è il Greco di Bianco

Il Greco di Bianco DOC nasce nel comune di Bianco e dintorni, sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria, all’estremità meridionale della penisola. È un passito da uve Greco bianco fatte appassire al sole, erede diretto della tradizione vinicola della Magna Grecia, quando questa terra era chiamata Enotria, “terra del vino”.

Caratteristiche

Le uve vengono raccolte a fine settembre e fatte appassire 10-15 giorni sotto il sole calabrese, poi vinificate. Colore giallo dorato-ambrato; naso intenso con note di albicocca candita, fichi secchi, miele d’acacia, fiori d’arancio e zagara; palato dolce, , di lunga persistenza. Gradazione importante, circa 17°. La produzione totale è di poche migliaia di bottiglie l’anno: una rarità assoluta.

Storia: l’Eredità della Magna Grecia

Il Greco bianco arrivò in Calabria con i coloni greci oltre 2.500 anni fa. Il Greco di Bianco è considerato uno dei discendenti più diretti degli antichi vini greci da appassimento. Per secoli prodotto dalle famiglie del piccolo borgo di Bianco, deve la sua sopravvivenza moderna a pochi vignaioli ostinati come la storica Cantina Ceratti. È un vino-reliquia, custode di una tradizione che risale a Omero.

Il Greco di Bianco a Tavola

Un passito da meditazione e da dessert: dolci di fichi secchi e mandorle, pasticceria calabrese, formaggi erborinati, o semplicemente da solo. Servire a 12-14°C in piccoli calici.

Scheda degustazione AIS

  • Esame visivo: giallo dorato-ambrato.
  • Esame olfattivo: intenso, con albicocca candita, fichi secchi, miele d’acacia e zagara.
  • Esame gustativo: dolce e di lunga persistenza, da meditazione.

Domande Frequenti

Greco di Bianco e Greco di Tufo sono lo stesso?
No: il Greco di Bianco è un passito dolce calabrese; il Greco di Tufo è un bianco secco campano. Vitigni della stessa famiglia “greca” ma vini completamente diversi.

Perché è così raro?
La zona di produzione è minuscola e l’appassimento riduce drasticamente le rese: poche migliaia di bottiglie l’anno.

Approfondisci

Approfondimenti: territorio, profilo e abbinamenti

Cirò Rosso (Calabria) Con carni alla brace, arrosti (anche impegnativi), cacciagione e capretto ripieno al forno. Greco di Bianco (Calabria) Vino giallo dorato, austero, da dessert: con biscotti e pasticceria secca. Greco di TuFo (Campania) Giovane, questo bianco accompagna frutti di mare crudi, pesci al forno, spaghetti al nero di seppia o allo scoglio. i; Q t Savuto (Calabria) Un rosso da bere con salumi e formaggi a pasta semidura. Eccellente col Greco di Tufo o col Pomino Bianco, ma anche con gli Chardonnay affinati in barrique. ›* cine può optare per un Terre di Franciacorta Bianco, un Ischia Bianco, un Greco di Tufo. stershire, senape, olio, limone, pepe e il rosso ; d’uovo crudo, Va accompagnata con un vino *’ bianco fresco e aromatico come un Pinot Grigio dell’Alto Adige, un Sauvignon del Collio o un i=.U’1iil’iHl Greco di Tufo. Mozzarella di buFala Affascinante in abbinamento con dei bianchi campani come il Greco di Tufo giovane, oppure l’Asprinio di Aversa, il Falerno del Massico o il Falanghina dei Campi Flegrei. La versione dolce può accompagnarsi invece con dei bianchi come il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo o il Frascati superiore, ma anche con un rosso vivace come il Lambrusco di Sorbara. Per chi cerca un bianco della stessa regione meno noto ma altrettanto indovinato: Greco di Vignanello. Ottime in estate con un bianco fresco come Chardonnay del Collio, Frascati o Greco di Tufo. Cirò (Calabria) Con carni alla brace, arrosti {anche impegnativi), cacciagione e capretto ripieno al forno. Greco di (Calabria) Vino giallo dorato, austero, da dessert: con biscotti e pasticceria secca. Chi non vuole bollici ne può optare per un Terre di Franciacorta Bianco, un Ischia Bianco, un Greco di Tufo. Va accompagnata con un vino bianco fresco e aromatico come un Pinot Grigio dell’Alto Adige, un Sauvignon del Collio o un Greco di Tufo. di Affascinante in abbinamento con dei bianchi campani come il Greco di Tufo giovane, oppure I’ Asprinio di Aversa, il Falerno del Massico o il Falanghina dei Campi Flegrei. •r-1 Cirò Rosso (Calabria) Con carni alla brace, arrosti (anche impegnativi), cacciagione e capretto ripieno al forno. > Greco di Bianco (Calabria) Vino giallo dorato, austero, da dessert: con biscotti e pasticceria secca. Va accompagnata con un vino bianco fresco e aromatico come un Pinot Grigio dell’Alto Adige, un Sauvignon del Collio o un Greco di Tufo. Da provare con le crèpes, Greco di Tufo (Campania) Giovane, questo bianco accompagna frutti di mare crudi, pesci al forno, spaghetti al nero di seppia o allo scoglio. ~ Scavigna Bianco (Calabria) t~ Sta bene con piatti marinari, compresi molluschi · l Scavigna Rosso (Calabria) Da arrosti e carni rosse alla griglia. Va accompagnata con un vino bianco fresco e aromatico come un Pinot Grigio dell’Alto Adige, un Sauvignon del Collio o un Greco di Tufo. Il fegato (jegar) è sede, secondo la psicologia tradiziona­ le di marca greco-ellenistica recepita dalla filosofia araba, della vis irascibilù e/o della vis concupiscibilis. Si osservi l’opposizione cuore/fegato, quest’ultimo ve­ nendo considerato – nella psicologia antica di marca greco-ellenistica rece­ pita dalla filosofia araba – come la sede dell’anima vegetativa, delle pulsio­ ni elementari, dell’ira, della concupiscenza ecc. Quella Pena che qual nero etiope conquistò il regno del mio cuore, all’arrivo del “greco esercito” del felice tuo volto, è sparita di nuovo! 3 Si osservi l’antitesi etiope/greco, ampiamente sfruttata per i suoi va­ lori cromatici (scuro/chiaro) dai lirici persiani vuoi per alludere metaforica­ mente alla notte e al giorno, vuoi come qui alla pena (“oscurante” dell’irma­ moraro) e alla felicità (dell’amato, o del suo volto “luminoso”). A tredici anni scriveva in greco; a quindici, poteva non soltanto comporre versi greci in metri lirici, ma anche conversare in greco fluentemente e senza difficoltà, abilità che doveva ad una quotidiana abitudine d’improvvisare in greco una traduzione dei giornali inglesi.

Per quanto riguarda il lavoro, poi, certamente avrebbe potuto trovare una passabile remunerazione correggendo le bozze di greco, lavoro in cui si sentiva capacissimo, ma 97 come industriarsi per farsi presentare ad un editore onorato? Lo studioso, per salvare la sua reputazione agli occhi della cameriera e dei vicini, gli parlò in greco: il Malese rispose, sicuramente in malese: non si capirono ma tutto andò bene lo stesso. Infatti la regione si affaccia sul mar Ionio nel golfo di Taranto; a sud confina con la Calabria; a ovest con la Campania; a est e a nord con la Puglia; tutte regioni, dunque, di notevole importanza per la coltivazione della vite. Il primo si ricava dai vitigni Jovine bianco e Greco, ha un colore giallo dorato, profumo leggero, sapore secco e asciutto. Il simposio greco era un evento esclusivo, per privilegiati: potevano parteciparvi solo gli uomini, e solo di una certa classe. È un’idea che ha origine nel simposio greco, al quale dobbiamo il proverbio oinos kai aletheia, vino e verità, divenuto poi in vino veritas al sopraggiungere dei Romani. Durante gli anni Sessanta, nelle campagne francesi musica voleva dire canti tradizionali con un po’ di Piaf, Gréco, Prévert e Brassens più, qua e là, un apprezzamento poco convinto per Buddy Holly, Elvis Presley e Chuck Berry. E dopo aver punito il corpo e l’anima con lo Shiraz australiano, il Tempranillo argentino, il CabernetSauvignon rumeno e il Retsina greco, torniamo a casa pieni di vergogna come il Figliol Prodigo e chiediamo perdono per la nostra follia. I vini georgiani sono, insieme al Mavrodaphne dolce greco, l’ultima reminiscenza dei gusti antichi in fatto di vino e di quei nobili compromessi che permettevano a cristiani e musulmani di bere gli uni alla salute degli altri, come dovrebbero tornare a fare. Servito freddo con un piattino di olive il Retsina è il modo giusto di cominciare un pasto in un ristorante greco, e volge quasi sempre i pensieri verso l’eros. Se dalle serene, dolci e temperate colline del Piemonte si va a sud, fino alle riarse montagne della Calabria, s’incontra un nuovo tipo di uva, una nuova tecnica, un nuovo sapore e spesso una nuova forma delle bottiglie in ogni città. E le uve locali sopravvivono riverite quanto i santi che vegliano sui vigneti e le nonnine che vegliano sui santi: il Barbera, il Nebbiolo e il Cortese bianco del Piemonte, il San Vincenzo bianco del Veneto, il Gaglioppo scuro della Calabria, il Montepulciano d’Abruzzo e il Nero d’Avola siciliano. Il poeta greco Bacchilide dice che “diletto irresistibile sorge dalle coppe del vino e riscalda il cuore. In un certo senso, è un progresso morale rispetto al simposio greco, dove era solo il padrone di casa a offrire, nonché alla common room 44 e alla casa del signorotto di campagna. Ma per me (e forse anche per Sam) il primo premio tocca al rosé Amethystos greco importato da Oddbins. fu dapprima punto d’attracco delle navi greche che in Calabria portarono viti, vini e attrezzi per il vigneto e le celle vinarie, poi punto di partenza per le esportazioni del vino calabro. Tale decisione favorì in particolare i vini della Calabria ad alta gradazione ma non più tanto pregiati come quelli della Magna Grecia. Altre esportazioni su naviglio più leggero facevano capo a Napoli, Castellammare di Stabia e Torre del Greco. È possibile che alcuni vitigni greci siano stati importati dai coloni della Magna Grecia; ma in genere essi si limitarono a coltivare la vite selvatica che in Italia cresceva copiosa un po’’ dovunque: e proprio la Calabria fu detta Enotria, o «terra ove si coltiva la vite alta da terra». Anche Cassiodoro, dopo la caduta di Roma, elogia i «densi vini calabri» nati da una terra poco atta all’agricoltura e alla pastorizia, ma straordinaria per gli olivi e le viti e chiede per la mensa del suo re vino di Calabria che «giova ai visceri e risana le ferite». Ha ottenuto il riconoscimento DOC anche il Ciro bianco, che deve essere ottenuto dalle uve dei vigneti di Greco bianco, compresi nei comuni di Ciro, Ciro Marina e, in parte, di Melissa e Crucoli. Cicerone (Le Tuscolane) Uva Colore Profumo Sapore Alcolicità Acidità totale Luoghi di produzione Particolarità 70 per cento Gaglioppo (localmente detta Mantonico) ; 20 per cento Mantonico bianco; per il restante 10 per cento, quasi sempre in parti eguali: Greco nero e Malvasia bianca. Questo Ancora in uso in Calabria è il carretto attrezzato per la vendemmia, che però in gran parte è stato soppiantato dai motocarri. motto proverbiale, adattato in Calabria, deriva dal più antico canto siculo: «Coma ti chianciu figghiu Marianu, li donni tipurtaru a lu destimi…» per compiangere un inesperto giovane traviato dalle donne di malaffare. Ma nel nostro caso non è uno scherzo se nel banchetto di cacciatori in Calabria viene evocato il fato (lu distinu) dato che è presente in così copiosa misura il vino dalle virtù profetiche. Greco di Gerace Uva Colore Profumo Sapore Alcolicità Acidità totale Luoghi di produzione Particolarità Insieme con me bevi, sii giovane, ama, cingi corone insieme con me folle sii folle, saggio con me saggio Timoteo (traduzione di R. Cantarella) Greco bianco (Greco di Gerace) giallo dorato che vira all’ambrato con l’invecchiamento delicato che ricorda i fiori d’arancio dolce, , armonioso, di piena finezza 16-17 gradi 6 per mille circa Gerace (Reggio Calabria) è adatto a un moderato invecchiamento.

Anche del Greco si dice sia il più antico vitigno d’Italia. Forse — come dice la leggenda — lo portò dalla sua patria, tanti secoli fa, un ignoto colono greco, un emigrante di altri tempi carico di speranza e di nostalgia, e lo trapiantò su questa terra dove il profumo del mare poco distante, gli ocra, i grigi, i bianchi del paesaggio gli ricordavano il paese dov’era nato. un esercito di soli diecimila abitanti di Locri dovette affrontare gli oltre centomila crotoniani, riportò la vittoria, reso invincibile da un’abbondante libagione con Greco di Gerace. Ai Romani piacque moltissimo il Greco, vino destinato in dono ai personaggi più illustri e mesciuto con abbondanza alle fanciulle di non illibata reputazione dai libertini dell’epoca. Uno di essi, deluso della sua bella, lasciò scritto su un muro di Pompei: Sei davvero gelida o Bice, e di ghiaccio se neppure il vin Greco iersera, è riuscito a scaldarti. Ma che fosse proprio il Greco di Gerace non si può giurarlo. Più tardi si cominciò a chiamare greco ogni vino biondo e liquoroso, onnipresente in ogni menù di casa principesca. La buona, ma diffìcile terra di Calabria è ancora curata con grande amore dai contadini. Oltre agli eroi della mitologia greca, fu di aiuto agli abitanti di Locri una bevuta del mitico vino Greco di Gerace. Sante Lancerio ricorda il Greco di Somma col quale Paolo III soleva durante i viaggi lavarsi «gli occhi e le parti virili». A questo celeberrimo greco campano seguiva subito nella graduatoria il Greco di Gerace, anche oggi molto richiesto e quasi introvabile. Il Lacrima di Castrovillari, le cui caratteristiche organolettiche, molto simili, spesso lo fanno confondere al Pollino, nasce nel cru dell’uva Lacrima nera, atta a generare il miglior rosso asciutto di Calabria. Il Savuto superiore va impiegato con i grandi arrosti: anche se ancora non molto conosciuto, esso è senza dubbio uno dei più grandi vini di Calabria. Caratteristici otri per il trasporto del vino a Capo Sparavento, nella parte jonica della provincia di Reggio Calabria. Altri vini caratteristici della Calabria Benché in Calabria non sia molto diffusa l’abitudine di denominare i vini con nomi di vitigno, non si deve escludere tale tipo di designazione per i prodotti caratteristici di produzione limitata. Si tratta di un vino da dessert, che taluno denomina anche Moscato Calabrese o della Calabria. Allora i vini calabresi erano tenuti in grande considerazione; alla corte di Napoli faceva spicco il Moscato di Calabria. In provincia di Reggio Calabria, da un uvaggio nero, si ottiene un vino rosso da tutto pasto chiamato Attafi. Sempre in provincia di Reggio Calabria si trovano il Cerasuolo di Palmo e il Cerasuolo di Scilla. Nella già menzionata zona del comune di Bianco, sfruttando certamente le stesse tecniche tradizionali adottate per il prodotto appena ricordato, si produce un anologo vino da dessert: il Mantonico, da taluni chiamato «di Calabria», da altri designato come «di bianco». Deriva dalle uve di Mantonico debitamente appassite, è meno aromatico del Greco anche sotto l’aspetto aromatico, di forte colore giallo ambrato. Ultimo vino di una certa notorietà locale in provincia di Reggio Calabria è il Pellaro. Si tratta del Bianco di Enotria, di uve di Greco e di Malvasia bianca, di un bel giallo paglierino, da consumarsi giovane, da pesce e da antipasto. Sulla stessa gradazione alcolica è il Bianco di Nicastro, nella cui base viticola entrano un po’’ tutti i più antichi vitigni ad uve bianche della Calabria. Sono da ricordare inoltre il Cafaro, il Cotichetto, il Greco di Peritone e di Pontegrande, il Limbadi, il Sambiase e il San Sidero. Il Greco di Pentone e di Pontegrande (viene denominato così separatamente, o anche catanzarese) ha nell’uvaggio di base la prevalenza del Greco nero. Infine il San Sidero (Greco nero e Magliocco prevalenti), rosso ben arrubinato, ha odore vinoso, è invecchiabile e quindi con gusto che migliora sull’asciutto (13 gradi).

In provincia di Avellino si opera con i seguenti vitigni: Aglianico, Barbera, Piedirosso, Sangiovese, Sciascinoso, Greco, Fiano, Trebbiano, Coda di Volpe. Nel Napoletano e nel Casertano alcuni vini famosi dell’epoca romana sono tornati alla ribalta; vini storici sono pure quelli prodotti in provincia di Avellino: dal Fiano al Greco di Tìifo, dal Taurasi all’Irpinia bianco e rosso.

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